Halebid, 12 gennaio
Le linee corrono parallele, svoltano ad angolo retto, si frastagliano e girano ancora, a formare lo stesso motivo ripetuto ancora e ancora a grandezze diverse.
E su questa struttura lineare si snodano i fregi, fra la pancia rotonda di Ganesha e la danza di Shiva, in un infinito rincorrersi di spirali e riccioli che scivolano sotto gli occhi come onde di mare.
Il tempio di Halebid, immerso in una natura stupefacente, annulla ogni distanza tra linea retta e curva, tra ordine e caos.
E sembra suggerire che esista una via stretta che si snoda tra tradizione e progresso, in un paese che questo contrasto lo vive ogni momento.
Dove si rallenta per far passare una mucca ma non per un uomo, e l’autostrada che parte dalla capitale della tecnologia viene costruita a forza di braccia, rompendo le pietre a martellate e trasportandole con un secchio sopra la testa.
Dove appena fuori città si incontrano più carri trainati da buoi che auto e la vita scorre con lentezza impressionante. Dove le aquile volteggiano nel cielo inquinato di Bangalore e la natura contende metro su metro alla città.
Dove mi scopro talmente ricco da potermi permettere un’auto con autista per un’intera giornata, e talmente fragile da non potermi rinfrescare con un sorso d’acqua di fontana.
Ma una via tra progresso e tradizione deve esistere, per salvare questa bellezza che si fa largo con forza ad ogni angolo di strada, negli uomini che ondeggiano la testa per annuire, nei vestiti delle donne, nei colori sgargianti, nei banchi della frutta.
E sai che per ogni foto fatta sarebbe bastato prendere la macchina e scattare per farne altre cento ancora migliori.
Ma non l’hai fatto, perché questo equilibrio sembra così fragile che anche solo avvicinarci un obiettivo sarebbe fargli violenza.



Voilà, e anche tu ti sei innamorato dell’India, del suo essere sospesa tra ieri e domani, dei contrasti, della violenza della realtà e la poesia dei pensieri. L’hai avuta, caro Gipo.
l’ho avuta, cara fiamma!
Qui è il tuo sgabello
Qui è il tuo sgabello
e qui riposa i tuoi piedi
dove vivono i più poveri,
i più umili, i perduti.
Quando a te io cerco d’inchinarmi,
la mia riverenza non riesce ad arrivare
tanto in basso dove i tuoi piedi
riposano tra i più poveri,
i più umili, i perduti.
L’orgoglio non si può accostare
dove tu cammini, indossando
le vesti dei più poveri,
dei più umili e dei perduti.
Il mio cuore non riesce a trovare
la strada per scendere laggiù
dove tu ti accompagni a coloro che non hanno
compagni, tra i più poveri,
i più umili, e i perduti.
Rabindranath Tagore
posso dire che hai scritto un pezzo meraviglioso, forse il migliore finora? è commovente!
troppo buona!
Bello bello, tutto bellissimo ma francamente credo che (ab)usare (del)la macchina fotografica non sia fare violenza a quel mondo ma anzi serva dargli luce e visibilità.
—Alex
beh, ma una cinquantina di foto le ho fatte comunque…
ai posti, più che alle persone, però.
e a quei meravigliosi camion colorati!
Bello davvero!
“Dove mi scopro talmente ricco da potermi permettere un’auto con autista per un’intera giornata, e talmente fragile da non potermi rinfrescare con un sorso d’acqua di fontana.”
Questa poi è meravigliosa!
dé, sono commosso.. mi ammetti al corso di scrittura?
ci ha proprio preso gipone.
è proprio così…
ps: ogni volta che vorrai salutare ganesh sei il benvenuto!
cara LdL, ganesh è qui accanto a me sulla scrivania.. potevo tornare senza?
Sai che l’altro giorno mi sono messo a leggere tutti i tuoi post sull’india, vecchi e nuovi, e ho proprio ritrovato tutte le impressione che ho avute io (ma scritte meglio)?
Grazie, mi hai fatto patire meno il trauma da rientro!!